sabato 28 marzo 2026

L’osservazione dei Pensieri nel Taoismo: metodi e livelli di pratica

La pratica di osservazione dei pensieri assume forme diverse a seconda del livello di addestramento e della specifica scuola taoista di riferimento.

1. Il giudizio formale (per i principianti)

Per chi è alle prime armi e si trova a lottare con il flusso incessante di pensieri casuali (zanian), una tecnica semplice ma efficace consiste nel non lasciarsi trascinare dalla ruminazione mentale, ma intervenire con un giudizio formale immediato non appena un pensiero sorge.

  • Si dichiara se il pensiero è “giusto”, “sbagliato”, oppure si decide che “finisce qui”.
  • Una volta presa questa decisione, ci si ferma subito, senza permettere alla mente di continuare a elaborare.
  • Con la pratica costante, i pensieri tendono a diradarsi, fino a lasciar spazio alla vera quiete.
2. Osservazione dell’origine del pensiero (zhiguan)

Questa tecnica, legata alla pratica del “cessare e contemplare” (zhiguan), richiede un’indagine più analitica, affine ad alcuni approcci della meditazione buddista.

  • Quando un pensiero sorge, non ci si limita a osservarlo passivamente, ma si esamina dove si trova, da dove proviene e dove si estingue.
  • Ripetendo questa ricerca, si scopre che il pensiero è “inafferrabile”, e si giunge a riconoscere il “punto in cui sorge”.
  • La pratica conduce progressivamente alla stabilità mentale (ding) e alla saggezza (hui).
3. Distinguere la qualità dei pensieri (fasi avanzate)

Nei livelli più avanzati l’osservazione serve anche a distinguere la natura dell’attività mentale:

  • Zanian (pensieri casuali): è il rumore di fondo dell’ego e della mente post-natale, che va progressivamente spento.
  • Xinnian (pensieri del cuore-mente): può invece veicolare intuizioni preziose o messaggi provenienti dal Maestro Nascosto.

L’istruzione chiave, in questo caso, è accettare ogni informazione che emerge durante la seduta senza giudicarla o analizzarla sul momento, per non interrompere il processo alchemico. L’analisi critica va rimandata al termine della meditazione.

4. Il ritorno allo stato di assenza di pensiero (wunian)

L’obiettivo ultimo di molte pratiche, come ad esempio lo Yin Xian Fa, è il raggiungimento dello stato di wunian (assenza di pensiero), in cui l’attività mentale cessa di ostacolare la consapevolezza della “Mente Celestiale”.

  • Si parla di “estinguere la mente che si muove” (dongxin) per far emergere la “mente che illumina” (zhaoxin).
  • In questo stato di vuoto assoluto, la mente diventa come uno “specchio chiaro”: riflette i principi sottili dell’universo senza rimanervi attaccata.
5. Osservazione e strutturazione di sé (zhineng gong)

Nel sistema Zhineng Gong (Sviluppo del Potenziale di Saggezza), l’osservazione dei pensieri viene utilizzata in modo attivo per correggere se stessi:

  • Chiarire vero e falso: si richiamano alla memoria gli eventi della giornata, valutando cosa è stato fatto bene e cosa male, decidendo come rimediare agli errori.
  • Sottomettere la mente: se la mente si agita inseguendo gli oggetti esterni, va ricondotta alla calma attraverso una vigilanza costante, mantenuta in ogni postura (camminando, sedendo, dormendo).

La pratica dell'osservazione dei pensieri spazia quindi dal controllo disciplinato (per placare la mente post-natale) all’indagine profonda (per risalire alla sorgente stessa della coscienza), adattando il metodo al livello ed agli obiettivi della pratica.

martedì 24 marzo 2026

Yuen Chai Wan. Storia e Leggenda del Maestro che Portò il Wing Chun in Vietnam

Yuen Chai-wan è stato una figura leggendaria nelle arti marziali cinesi, riconosciuto come il patriarca che introdusse e consolidò il Wing Chun in Vietnam. La sua vita, segnata da impegni militari e profondi cambiamenti geopolitici, lo vide trasformarsi da ricco erede di una famiglia di Foshan a generale e, infine, a maestro fondatore in una nuova patria.

Infanzia, Famiglia e Formazione Marziale in Cina

Yuen Chai-wan nacque nel 1877 a Foshan, nella provincia cinese del Guangdong, in una famiglia agiata e influente. Era il quarto figlio di Yuen Chong Ming, un ricco possidente titolare del monopolio dei fuochi d'artificio a Foshan, da cui il soprannome "Yuen Lo Sei". Da giovane contrasse il vaiolo, che gli lasciò cicatrici permanenti sul volto, guadagnandosi il soprannome di "Dao Pei Chai", che significa "ragazzo dalla pelle butterata". Era il fratello maggiore di un'altra leggenda del Wing Chun, Yuen Kay-shan.

Grazie alle possibilità economiche della famiglia, il padre poté investire ingenti risorse per garantire ai figli un'istruzione marziale di alto livello. La loro formazione iniziale fu seguita dal celebre maestro Huo Baoquan, noto anche come Fok Bo-chuen nelle fonti cantonesi. Huo Baoquan era un ex agente imperiale e un rispettato maestro di Wing Chun, originario della regione di Qinzhou. Il padre di Yuen lo assunse con un lauto compenso, che secondo alcune fonti ammontava a quattrocento tael d'argento, per istruire i figli.

Sotto la guida di Huo Baoquan, i fratelli Yuen appresero il sistema completo del Wing Chun, inclusi i San Sik (forme a mano nuda), il Muk Yan Jong (manichino di legno), i Baat Jaam Dao (coltelli a farfalla) e il Luk Dim Bun Gwan (asta lunga). Huo Baoquan era anche un esperto di Sheying Quan, lo stile della "scimmia-serpente", che era una delle cinque forme dell'antico Hong Quan (Shaolin). Questa influenza si riflesse successivamente nell'approccio di Yuen Chai-wan all'insegnamento.

Oltre a Huo Baoquan, i fratelli Yuen approfondirono la loro conoscenza del Wing Chun della tradizione della "giunca rossa" con il maestro Feng Xiaoqing , noto anche come Fung Siu-ching. Intorno al 1933, i fratelli Yuen invitarono Feng Xiaoqing a vivere nella loro tenuta, prendendosi cura di lui fino alla sua morte nel 1936. Questa formazione eclettica, che integrava il Wing Chun classico con elementi della gru, della scimmia, del serpente, della tigre e del leopardo (i cosiddetti "cinque animali" dell'Hong Quan), gettò le basi per il peculiare stile che Yuen Chai-wan avrebbe poi sviluppato.

Prima di lasciare la Cina, Yuen Chai-wan era già un insegnante affermato a Foshan. Tra i suoi allievi più noti in patria si ricorda Yao Cai, che in seguito divenne a sua volta un rinomato maestro di Wing Chun. Quando Yuen Chai-wan decise di partire, affidò il fratello Yuen Kay-shan e l'allievo Yao Cai alle cure del suo amico e collega maestro, Wu Zhongsu.

Carriera Militare e Politica

Parallelamente alla sua crescita marziale, Yuen Chai-wan fu profondamente coinvolto nel turbolento panorama politico cinese del primo Novecento. Secondo le fonti, partecipò attivamente alle rivolte contro la dinastia Qing tra il 1906 e il 1911, che culminarono nella Rivoluzione Xinhai del 1911.

La sua carriera militare proseguì per decenni. Dopo l'abolizione della dinastia Qing, Yuen continuò a partecipare alla resistenza contro l'intervento delle potenze europee e del Giappone. Prese parte alla guerra civile cinese e, durante la Seconda guerra sino-giapponese (1937-1945), raggiunse il grado di Generale.

Il Trasferimento in Vietnam

Nel 1936, all'età di 59 anni, Yuen Chai-wan decise di lasciare la Cina. Le ragioni precise sono avvolte in racconti contrastanti: alcune fonti parlano di calunnie da parte di nemici che cercavano di minare la sua reputazione. Con l'aiuto dei suoi discepoli, lasciò il paese su una nave mercantile diretta al porto di Haiphong, in Vietnam. Qui, adottò il nome vietnamita Nguyễn Tế Công, ispirandosi a un famoso monaco buddista della dinastia Tang noto per la sua saggezza e le sue opere benefiche. In cantonese, il nome "Chai-wan" suonava come "sfortunato" quindi spesso si faceva chiamare semplicemente "Yuen Chai" 

Si stabilì inizialmente ad Hanoi, dove fu accolto e sostenuto dalla comunità cinese locale, in particolare dall'associazione "Nanfan Shun Tong Fen Hui", che riuniva gli emigrati delle zone di Nanhai, Panyu e Shunde. Su invito di questa associazione, Yuen Chai-wan si recò nella regione montuosa di Quảng Ninh per insegnare le sue tecniche ai minatori cinesi, aiutandoli a difendersi dalle bande locali. Ad Hanoi, aprì anche una piccola bottega di medicina tradizionale, unendo così la sua conoscenza marziale a quella di erborista.

Secondo i resoconti, durante i suoi anni in Vietnam trasmise la sua arte a numerosi discepoli, tra cui Ngo Si Quy, contribuendo in modo determinante alla diffusione del Wing Chun nel paese.

Trasferimento a Saigon, Morte ed Eredità

Nel 1954, in seguito alla divisione del Vietnam, Yuen Chai-wan si trasferì con la famiglia e alcuni discepoli a Saigon (l'odierna Città di Ho Chi Minh), stabilendosi nel quartiere cinese di Cholon. Qui continuò a insegnare Wing Chun fino alla sua morte, avvenuta nell'aprile del 1959 all'età di 84 anni.

La sua eredità è immensa. In Vietnam, è venerato come il fondatore del Wing Chun vietnamita. Il sistema da lui insegnato era caratterizzato dall'integrazione del Wing Chun classico con elementi dei suoi studi precedenti, come lo stile del serpente e i cinque animali dell'Hong Quan, appresi in gran parte dal suo primo maestro Huo Baoquan. I suoi insegnamenti sono stati preservati e tramandati da discepoli diretti, che a loro volta hanno formato nuove generazioni di praticanti. La sua storia rappresenta un ponte vivente tra le origini cinesi del Wing Chun e il suo successivo sviluppo e radicamento nella cultura vietnamita.

Fonti in Lingua Cinese

Le informazioni presentate in questa biografia sono state tratte esclusivamente dalle seguenti fonti in lingua cinese:

  • 百度百科 (Baidu Baike): 阮济云
  • 维基百科,自由的百科全书 (Wikipedia, l'enciclopedia libera, in cinese): 阮济云
  • 快懂百科 (Kuaidong Baike): 阮济云
  • Wikiwand: 阮濟雲

domenica 15 marzo 2026

Novara 2026 - 7° Torneo Nazionale FAMTV

C’è un detto nelle arti marziali che recita: “Il vero avversario non è chi ti sta di fronte, ma quello che vive dentro di te”. Ed è con questo spirito che sabato 14 la nostra scuola si è messa in viaggio verso Novara per partecipare alla 7ª Edizione del Torneo Nazionale Interstile di Kung Fu Vietnamita e Cino-Vietnamita organizzato dal FAMTV (Federazione Arti Marziali Tradizionali del Vietnam).

La manifestazione, ormai un appuntamento fisso nel panorama marziale del Nord Italia, ha visto riunirsi sotto lo stesso tetto decine di scuole, accomunate dalla passione per queste discipline affascinanti e profonde. 

Per noi, però, questo torneo non è stato solo una questione di medaglie e classifiche. Certo, siamo saliti sul tatami con determinazione, portando a casa soddisfazioni, vittorie e buone prestazioni, ma il vero trofeo che abbiamo riportato a casa è un altro.

La nostra spedizione era composta da 4 atleti, un piccolo ma agguerrito drappello che ha rappresentato la nostra palestra con onore e cuore. Nelle discipline del Light Contact e della Lotta Viet (Vat), abbiamo visto i nostri ragazzi mettercela tutta, sfoderando tecnica e grinta.

Una menzione speciale va ai nostri tre Juniores, i fratelli Alessio e Kevin Tallone e Samuele Musso che si affacciano al mondo delle competizioni con la freschezza e la voglia di imparare di chi ha capito che il primo passo per diventare grandi è mettersi in gioco. Hanno ben figurato, dimostrando carattere e applicando quanto imparato in palestra

E poi c’è stata lei, la nostra atleta Senior femminile Jessica Aimaretti. In un contesto spesso a predominanza maschile, la sua presenza sul quadrato è stata una testimonianza potente di come la determinazione non abbia genere. Il suo spirito combattivo è stato da esempio per tutto il gruppo.

Ma se chiudo gli occhi e ripenso a Novara, la mia mente non va ai punteggi o agli incontri vinti o persi. La mia mente va ai momenti vissuti insieme: alle risate per scaricare la tensione, ai consigli sussurrati prima di salire sul tatami, al tifo genuino per il compagno di squadra, e a quegli sguardi di intesa che valgono più di mille parole.

È stata un’esperienza meravigliosa proprio per questo: per la capacità di fare gruppo, per il sostegno incondizionato che ci siamo dati. Abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con le altre scuole del Nord Italia, di osservare stili diversi, modi di interpretare la stessa arte e approcci al combattimento differenti dal nostro. E in quel confronto, fatto di rispetto e stima reciproca, abbiamo trovato la nostra più grande occasione di crescita.

Perché questa è la vera essenza delle arti marziali: un percorso che si nutre dello scambio. Che si vinca o si perda, ogni incontro, ogni esperienza condivisa, ogni nuovo volto conosciuto sul campo di gara è un tassello che si aggiunge alla nostra formazione. Impariamo a conoscere i nostri limiti per superarli, impariamo a gestire l’ansia, impariamo a essere squadra.

E a Novara, abbiamo imparato tanto.

Un ringraziamento speciale va agli organizzatori del torneo per la professionalità e l’accoglienza, e a tutte le scuole incontrate: ci avete regalato una giornata di sano e costruttivo spirito marziale.

Ora si torna in palestra con il cuore pieno di gratitudine e la testa piena di nuovi stimoli. L’esperienza di Novara 2026 è già parte del nostro cammino. E il cammino continua... insieme.

Prossimo appuntamento il 12 aprile ad Asti per il 7° Torneo Interstile Kung Fu Vietnamita ASI, gara di forme a mani nude ed armate.

mercoledì 11 marzo 2026

I Tre Addestramenti nel Buddhismo

Nel cuore dell'insegnamento del Buddha, così come preservato dalla tradizione Theravāda, esiste un percorso pratico e lineare che conduce alla liberazione dalla sofferenza. Questo percorso è noto come i Tre Addestramenti.

L'immagine tradizionale per comprendere questi addestramenti è quella di un frutto: la buccia è la disciplina etica, la polpa è la concentrazione, e il nocciolo è la saggezza. La buccia protegge il frutto, la polpa lo nutre, e il nocciolo contiene il potenziale per una nuova vita. Seguendo questo percorso, il praticante mira all'abbandono di avidità, odio e illusione, fino al raggiungimento della meta ultima: il Nibbāna.

1 - Coltivazione della Virtù

Il fondamento dell'intero percorso è la virtù, o disciplina etica, chiamata sīla in pali . Questo si traduce principalmente nell'osservanza dei precetti morali, a partire dai cinque precetti fondamentali che rappresentano la base minima per una condotta etica.

Questi cinque precetti sono:

  1. Astenersi dall'uccidere o dal nuocere agli esseri viventi. Questo principio è strettamente legato al concetto di non-violenza.
  2. Astenersi dal prendere ciò che non è dato. (Non rubare).
  3. Astenersi da una cattiva condotta sessuale. Per i laici, ciò significa evitare azioni sessuali dannose come l'adulterio o la coercizione; per i monaci, comporta il celibato .
  4. Astenersi dal mentire e da un linguaggio scorretto. Questo include evitare bugie, pettegolezzi e parole dure.
  5. Astenersi da sostanze intossicanti che offuscano la mente. (Alcol e droghe).

È un addestramento sistematico e compassionevole che purifica le nostre azioni fisiche e verbaliCi protegge dal cadere in stati di miseria e crea le condizioni per una mente serena, essenziale per i passi successivi. La virtù è il terreno solido su cui edificare l'intera pratica.

2 - Concentrazione

Il secondo addestramento riguarda lo sviluppo della mente, noto come samādhi, spesso tradotto come concentrazione, raccoglimento mentale o "mente superiore". Mentre sīla disciplina le azioni esteriori, samādhi porta la disciplina all'interno, calmando e unificando la mente.

Nel contesto Theravāda, la pratica della concentrazione è principalmente associata a samatha (calma mentale) . L'obiettivo è sviluppare una concentrazione così profonda da poter accedere ai jhāna, stati di assorbimento meditativo caratterizzati da profonda pace, beatitudine e unificazione mentale

In questa fase, la consapevolezza lavora in tandem con la concentrazione per sviluppare questi stati lucidi di trance, che a loro volta diventano una base eccellente per lo sviluppo della saggezza.

3 - Saggezza

Il culmine dei Tre Addestramenti è la saggezza, o paññā in pali. Questo non è un semplice accumulo di conoscenza intellettuale, ma una comprensione profonda e trasformativa della realtà. L'addestramento nella "saggezza superiore" è definito come la percezione diretta delle Quattro Nobili Verità e la conoscenza che porta alla distruzione degli influssi impuri.

Mentre samādhi rende la mente stabile e lucida come uno specchio, paññā è la capacità di questo specchio di riflettere la realtà senza distorsioni. È la conoscenza che vede le cose così come sono veramente: l'impermanenza, la sofferenza e il non-sé.

Nel percorso graduale, dopo aver stabilito la virtù e coltivato la concentrazione, il praticante è pronto per dedicarsi alla vipassanā (visione profonda), la pratica meditativa che genera saggezza. È attraverso questa comprensione diretta che la mente si libera completamente dalle catene dell'avidità, dell'odio e dell'illusione, realizzando così il Nibbāna.

I Tre Addestramenti, quindi, non sono compartimenti stagni ma un processo dinamico e integrato. Sīla fornisce la base etica che permette a samādhi di fiorire. Una mente concentrata (samādhi) diventa lo strumento perfetto per lo sviluppo della saggezza (paññā). E la saggezza, a sua volta, approfondisce e perfeziona la comprensione della virtù, rendendo la pratica etica non più un insieme di regole, ma un'espressione spontanea di una mente libera. Questo è il cuore del messaggio del Buddha, un invito senza tempo a percorrere un sentiero di trasformazione che porta dalla confusione alla chiarezza, dal conflitto alla pace interiore.

domenica 8 marzo 2026

Il Jing - Il Tesoro Nascosto Dentro di Noi

Un viaggio nelle profondità dell'alchimia taoista

C'è una domanda che gli antichi maestri taoisti si ponevano migliaia di anni fa: cosa rende un essere umano veramente vivo? Non parlavano solo del battito del cuore o del respiro, ma di qualcosa di più sottile, più profondo. La loro risposta ci ha lasciato un tesoro di saggezza che arriva fino a noi attraverso testi preziosi come il Huangdi Neijing, il grande classico della medicina cinese, e il Zhouyi Cantong Qi, considerato il padre di tutti i libri di alchimia.

In questi antichi scritti, i maestri parlavano di tre tesori nascosti dentro ogni persona: il Jing, il Qi e lo Shen. Oggi voglio raccontarti la storia del primo di questi tesori, il più misterioso e il più fondamentale: il Jing, l'essenza stessa della vita.

Cos'è veramente il Jing?

Immagina di avere un conto in banca. Non uno qualunque, ma il conto più importante della tua vita: il conto della tua energia vitale. Il Jing è esattamente questo: il capitale energetico con cui veniamo al mondo.

Il Huangdi Neijing, un testo che gli studiosi moderni considerano la base di tutta la medicina cinese, ci spiega che il Jing è come una candela che si accende al momento del concepimento. Più è grande e luminosa, più a lungo brucerà. Ma attenzione: una volta consumata, non c'è modo di riaccenderla.

I ricercatori che studiano questo antico classico ci dicono che il Jing rappresenta "la base materiale del corpo e la radice dei processi vitali". In parole semplici: è ciò che ci fa crescere da bambini, ci dà energia da adulti e ci accompagna dolcemente verso la vecchiaia. È immagazzinato nei reni, che i cinesi considerano non solo organi fisici ma veri e propri scrigni di energia.

Ma il Jing non è tutto uguale. I testi antichi ci parlano di due tipi diversi, come se avessimo due conti corrente collegati tra loro.

Le due facce dell'essenza: il Jing che abbiamo e quello che possiamo creare

C'è un concetto fondamentale nell'alchimia taoista che i maestri chiamano Cielo Anteriore e Cielo Posteriore. Puoi pensarli come l'eredità che riceviamo e ciò che costruiamo con le nostre mani.

Il Jing del Cielo Anteriore, chiamato anche Yuanjing o "Essenza Originaria", è il nostro patrimonio genetico energetico. Lo riceviamo dai nostri genitori in quel magico istante in cui due diventano uno. Questo Jing è come un diamante prezioso: può essere solo custodito, mai creato. Quando si esaurisce, la nostra storia terrena finisce.

Poi c'è il Jing del Cielo Posteriore, che è completamente diverso. Questo lo possiamo coltivare ogni giorno, come un giardiniere che cura le sue piante. Viene estratto dal cibo che mangiamo, dall'acqua che beviamo, dall'aria che respiriamo. È come se ogni pasto, ogni respiro, potesse diventare una piccola offerta al nostro tesoro interiore.

Il Huangdi Neijing descrive un meraviglioso circuito di generazione continua tra questi due tipi di Jing. Il Jing postnatale nutre e sostiene quello prenatale, come un figlio che si prende cura dei genitori anziani. Più riusciamo a produrre Jing "nuovo", meno consumiamo quello "vecchio". Ecco perché la qualità della nostra vita quotidiana è così importante: ogni scelta che faciamo, ogni emozione che proviamo, ogni respiro che prendiamo, può diventare un contributo al nostro tesoro interiore.

La scoperta più importante: il Jing può trasformarsi

Ma la vera magia, quella che ha fatto brillare gli occhi dei maestri taoisti per secoli, è un'altra. Hanno scoperto che il Jing non è solo qualcosa da preservare, ma anche qualcosa da trasformare.

Questa scoperta è raccontata in uno dei testi più affascinanti dell'intera tradizione cinese: il Zhouyi Cantong Qi. Gli studiosi lo descrivono come il più antico e completo trattato di alchimia taoista, un libro che "trac i principi dal Libro dei Mutamenti e pone come fondamento l'opera del fornello e del crogiolo".

In questo testo, l'Essenza Originaria (il Yuanjing) viene chiamata "l'essenza misteriosa" e viene descritta come il materiale di base per creare l'elisir di lunga vita. Il libro usa immagini affascinanti: il corpo diventa un crogiolo, il Jing è il metallo grezzo, e la pratica spirituale è il fuoco che trasforma questo metallo in oro puro.

È come se dentro di noi ci fosse una fucina alchemica. Il Jing è il minerale grezzo che estraiamo dalle profondità della nostra terra interiore. Attraverso la pratica, possiamo raffinare questo minerale in qualcosa di sempre più prezioso.

Il grande segreto: raffinare il Jing in Qi

Secoli dopo il Cantong Qi, un uomo di nome Zhang Boduan scrisse un libro destinato a diventare leggendario: il Wuzhen Pian, che potremmo tradurre come "I capitoli sulla comprensione della verità". Era il 1075, durante la dinastia Song, e Zhang Boduan mise nero su bianco ciò che i maestri tramandavano in segreto da generazioni.

Il Wuzhen Pian ci svela che il processo di trasformazione avviene in tre fasi, come tre gradini che salgono verso il cielo. La prima, e forse la più importante, si chiama Lianjing Huaqi: raffinare l'Essenza per trasformarla in Soffio.

Cosa significa in pratica? Significa che quell'energia densa e pesante che chiamiamo Jing, attraverso tecniche specifiche di meditazione e consapevolezza, può diventare più sottile, più leggera, più vibrante. Diventa Qi, il soffio vitale che anima ogni cellula del nostro corpo.

Gli antichi maestri paragonavano questo processo alla distillazione. Come l'uva diventa vino e il vino diventa acquavite, così il Jing può diventare Qi, e il Qi può diventare qualcosa di ancora più sottile: lo Shen, lo spirito.

Ma attenzione: non si può saltare nessun passaggio. Senza Jing non c'è Qi, senza Qi non c'è Shen. È una catena d'oro in cui ogni anello è indispensabile.

La mente quieta preserva il tesoro

C'è un altro testo, apparentemente semplice ma profondissimo, che ci parla del Jing in modo diverso. È il Qingjing Jing, il "Classico della Purezza e della Quiete".

Questo piccolo libro insegna una verità rivoluzionaria: la mente agitata consuma Jing. Ogni volta che ci arrabbiamo, ogni volta che desideriamo qualcosa con troppa foga, ogni volta che la nostra mente galoppa senza controllo, stiamo bruciando il nostro tesoro più prezioso.

La soluzione? La quiete. Quando la mente è calma come uno specchio d'acqua senza increspature, il Jing si preserva naturalmente. Quando siamo in pace, l'essenza della vita scorre senza dispersioni.

Gli interpreti moderni del Qingjing Jing ci dicono che per raffinare il Jing e il Qi, l'uomo deve imitare il Dao nella sua purezza e quiete: "purificare la fonte della mente" e "rendere quieto il mare del Soffio". In altre parole, la pace interiore non è solo un piacevole stato psicologico, ma una vera e propria pratica di preservazione energetica.

Le fondamenta vengono prima di tutto

Immagina di voler costruire una casa. Cosa fai prima? Le fondamenta, naturalmente. Nessun architetto sano di mente inizierebbe dai muri o dal tetto.

Nell'alchimia taoista, questa fase si chiama Zhuji, che significa esattamente "costruire le fondamenta". Un testo chiamato Sanche Mishi, che potremmo tradurre come "I segreti dei tre veicoli", dedica pagine bellissime a spiegare questo concetto.

L'autore scrive qualcosa di molto saggio: "Chi viaggia lontano deve partire da vicino, chi sale in alto deve iniziare dal basso". Non si può pretendere di volare se non si è imparato a camminare.

E qual è il materiale per costruire queste fondamenta? Proprio il Jing. Il testo lo dice chiaramente: "Coltivare e consolidare il fondamento dell'elisir si basa interamente sull'Essenza e sul Soffio come tesori".

Prima di qualsiasi pratica avanzata, prima di qualsiasi esperienza mistica, bisogna occuparsi del Jing. Bisogna imparare a conservarlo, a non sprecarlo, a farlo crescere. È il lavoro più umile ma anche il più importante.

La danza dell'Jing e dello Shen

Forse l'aspetto più affascinante del Jing è il suo rapporto con lo Shen, lo spirito. Non sono due cose separate, ma due aspetti della stessa realtà che danzano insieme.

Il Huangdi Neijing ci offre una visione meravigliosa: Jing, Shen, Hun e Po emergono tutti dall'unione del "Jing dei genitori" al momento del concepimento. È come se in quel preciso istante, insieme al corpo fisico, nascesse anche una dimensione spirituale fatta di coscienza, sensazioni, riflessi.

Gli studiosi moderni chiamano questo livello "l'aspetto spirituale nella sua manifestazione più sottile e profonda". In altre parole, spirito e materia non sono in opposizione: lo spirito è la manifestazione più raffinata della materia, e la materia è il veicolo attraverso cui lo spirito si esprime.

Questa è forse la lezione più bella che i maestri taoisti ci hanno lasciato: il divino non è separato dal terreno, ma è la sua espressione più pura. Prendersi cura del proprio corpo, della propria energia vitale, non è un atto egoistico o materialistico. È il primo passo di un viaggio spirituale. È onorare il tempio in cui lo spirito abita.

Rileggendo i passi di questi antichi testi cinesi, emerge un ritratto del Jing come qualcosa di molto più profondo di una semplice energia fisica. Il Jing è la memoria della nostra origine, il filo d'oro che ci collega ai nostri genitori e ai genitori dei nostri genitori, in una catena ininterrotta che risale fino all'inizio dei tempi.

Il Jing è anche la promessa del nostro futuro. È il capitale che possiamo investire nella nostra crescita spirituale, la materia prima che può essere raffinata in qualcosa di sempre più prezioso.

Ma soprattutto, il Jing è il nostro presente. È l'energia che ci permette di alzarci dal letto la mattina, di amare, di lavorare, di creare. È la vitalità che brilla nei nostri occhi quando siamo felici, la forza che ci sostiene nei momenti difficili.

I testi come il Zhouyi Cantong Qi, il Wuzhen Pian e lo Xingming Guizhi ci insegnano che la via per l'immortalità, per la piena realizzazione di ciò che siamo, inizia proprio da qui. Non da chissà quali pratiche esoteriche, ma dalla cura consapevole e amorosa di questa essenza preziosa che scorre nelle nostre vene.

Il Jing è il ponte tra la terra e il cielo, tra il nostro corpo e il nostro spirito, tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il tesoro nascosto dentro di noi, che aspetta solo di essere scoperto, custodito e, alla fine, trasformato.

E forse, in un mondo che ci spinge sempre a cercare qualcosa fuori di noi, la saggezza dei vecchi maestri ci ricorda qualcosa di semplice e rivoluzionario: il vero tesoro è già qui, dentro di noi. Basta saperlo vedere.

lunedì 2 marzo 2026

I 100 Giorni di Fondazione

I cento giorni che fondano l'immortalità: il "Bai Rì Zhu Ji" nell'Alchimia Interna Cinese

Nella tradizione millenaria dell'alchimia interna cinese (neidan), pochi concetti sono tanto centrali e al tempo stesso avvolti in un alone di mistero quanto i «cento giorni di fondazione». Questa soglia temporale, lungi dall'essere un mero dato cronologico, rappresenta una fase cruciale e simbolicamente densa nel percorso di trasformazione interiore del praticante taoista. Ma cosa accade realmente in questi cento giorni? E perché sono considerati il fondamento indispensabile per l'intero cammino alchemico?

Il termine cinese Bai Rì Zhu Ji, letteralmente "cento giorni di costruzione delle fondamenta", è un' espressione tecnica specifica del linguaggio taoista

Così come un grattacielo non può sorgere sicuro senza fondamenta solide, allo stesso modo il cammino del coltivatore taoista non può procedere senza una base stabile
. Lo scopo primario di questa fase è gettare le basi per le pratiche più avanzate, e il suo obiettivo fisiologico principale è la liberazione del flusso energetico nei meridiani Ren Mai (Concezione) e Du Mai (Governatore), i due vasi fondamentali dell'energia corporea secondo la medicina tradizionale cinese.

L'idea di fondo è che un corpo in salute, con i canali energetici liberi da ostruzioni, sia il prerequisito essenziale. Il detto medico «dove c'è ostruzione, c'è dolore; dove c'è scorrimento, non c'è dolore» viene applicato qui al percorso di crescita spirituale
. Solo quando il flusso del qi, l'energia vitale, è armonioso e potente, si può pensare di intraprendere il cammino alchemico vero e proprio.

È importante sottolineare che questa fase non è ancora considerata «alchimia» in senso stretto, ma piuttosto una «porta d'ingresso al Dao». Gli alchimisti la definiscono «arte taoista», distinguendola dalle «tecniche immortali» delle fasi successive. In questo stadio, il «passe-partout misterioso» non è ancora apparso, e il lavoro principale è riparare le perdite e le debolezze del corpo fisico.

La trasformazione dell'essenza in energia - Lian Jing Hua Qi

Il cuore dei cento giorni, tuttavia, è identificato dalla maggior parte delle fonti con la fase successiva alla semplice costruzione delle fondamenta: il Lian Jing Hua Qi, ovvero «raffinare l'essenza per trasformarla in energia» . Questa fase è anche chiamata «primo livello», «barriera dei cento giorni» o «Piccolo Ciclo Celeste».

Questo processo consiste nel coltivare l'essenza originaria (yuan jing) all'interno del corpo per generare l'energia originaria (yuan qi). Questa energia viene poi fatta circolare attraverso i meridiani Ren e Du, seguendo una tempistica precisa e un «controllo del fuoco» basato su cicli respiratori, per essere infine raccolta nel campo di cinabro inferiore (dan tian), raggiungendo l'unione di spirito ed energia.

Il processo è suddiviso in quattro fasi distinte e molto tecniche :

  1. Raccolta dell'elisir (cai yao): Quando l'energia originaria si manifesta nella quiete della meditazione, deve essere colta immediatamente, «come il piombo che appare quando nasce l'acqua decima», per evitare che degeneri.

  2. Sigillatura (feng gu): L'energia raccolta va portata e sigillata nella fornace inferiore (il dantian) per evitare che si disperda.

  3. Cottura (peng lian): Si fa ruotare il «carro del fiume» (he che) per trecentosessanta giri, corrispondenti ai gradi del Piccolo Ciclo Celeste, per favorire l'accoppiamento di tigre e drago (simboli dello yin e yang interiori) e la condensazione di spirito ed energia.

  4. Cessazione del fuoco (zhi huo): Al termine dei trecentosessanta cicli, compaiono segnali come «tre manifestazioni di luce», che indicano che l'elisir interiore è nato e si deve smettere di applicare il fuoco marziale, preparandosi per la fase successiva di sette giorni di raffinamento del grande elisir.

La scienza della quiete: come si contano i cento giorni

Ma perché cento giorni? Il ragionamento parte dalla struttura del corpo umano, che avrebbe 365 grandi punti energetici, in corrispondenza dei giorni dell'anno solare. Il numero 9, nella tradizione cinese, è il massimo della manifestazione e simboleggia il ritorno all'origine. Ogni punto energetico, per essere pienamente attivato, dovrebbe essere «riempito» con 9 soffi vitali (kou zhen qi).

Ma come si genera questo soffio vitale? Attraverso la pratica della meditazione. Ogni quarto d'ora di seduta (una frazione di tempo corrispondente a una suddivisione classica dell'ora cinese) in cui il praticante mantiene la mente libera da distrazioni e torpore, viene considerato una «seduta» valida (zuo) capace di generare un soffio vitale. Il segno tangibile della corretta generazione del soffio è la produzione di una saliva dolce e limpida, chiamata «nettare» (gan lu). Questa saliva, menzionata anche da Lü Dongbin nei suoi versi «nuvole bianche salgono sulla sommità del capo, nettare irrora il Monte Meru», è considerata la manifestazione fisica dell'unione delle energie dei meridiani Ren e Du e va inghiottita con una tecnica specifica per nutrire l'essenza interiore.

In sintesi, i cento giorni rappresentano il tempo ritenuto necessario, secondo la fisiologia tradizionale, per completare questo processo di saturazione energetica di tutti i punti vitali, a patto di mantenere una pratica costante e corretta.

Oltre il mito: la natura simbolica del tempo

È fondamentale, tuttavia, non interpretare in modo eccessivamente letterale questo arco temporale: «cento giorni» sono un’indicazione basata sulla fisiologia umana, ma la difficoltà reale non sta nel tempo in sé, bensì nella capacità di «chiudere i sei sensi» e di non disperdersi nel mondo dei desideri sensoriali . La vera sfida è interrompere il flusso dell'energia verso l'esterno e invertirlo verso l'interno, seguendo il moto di «inversione» che dall'umano riconduce al Dao.

Termini come «cento giorni» sono innanzitutto delle metafore. Così come i successivi «dieci mesi» e «nove anni» sono simbolici, rispettivamente del periodo di gestazione e del lungo affinamento finale ispirato ai nove anni di meditazione del patriarca Bodhidharma. La durata effettiva della pratica varia in base alla persona e al metodo seguito
.

I cento giorni di fondazione nell'alchimia interna cinese rappresentano molto più di un semplice periodo di tempo. Sono una soglia iniziatica, un crogiolo di trasformazione in cui il praticante, attraverso disciplina, concentrazione e una profonda comprensione dei meccanismi energetici del proprio corpo, getta le basi per un percorso di evoluzione spirituale. Tra la raccolta dell'elisir e la circolazione del Piccolo Ciclo Celeste, tra la dolcezza del nettare e il fuoco della cottura interiore, questi cento giorni condensano in sé il senso più profondo dell'alchimia taoista: la paziente e consapevole trasmutazione del piombo grezzo dell'esistenza quotidiana nell'oro puro dello spirito realizzato.